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Mi chiamo Silvia e sono un’immigrata digitale. Anche io, a mio modo, ho contribuito allo sviluppo di tecnologie che usiamo nel nostro quotidiano. Questa storia comincia più di 20 anni fa a seguito della lettura di un articolo pubblicato sulla rivista “Le Scienze” che immaginava e tentava di descrivere ambienti, stanze e luoghi intelligenti, l’interazione con i quali era possibile attraverso l’uso della voce , dello sguardo ed anche parametri fisiologici. All’ora si trattava di un’ipotesi affascinante e futuristica, che ha intellettualmente folgorato ed orientato una liceale in cerca di un futuro; oggi questi ambienti fanno parte della nostra realtà nella quale siamo “immersi”.
Ho studiato (e ancora studio) la mente umana: come funziona il nostro sistema cognitivo, come il nostro sistema centrale tratta gli stimoli provenienti dall’esterno, come li elabora e li usa per prendere decisioni e  agire nel mondo. In fondo sono una psicologa. Ho studiato e mi interesso di tecnologie, di macchine, in particolare di interfacce, ovvero il luogo in cui avviene il contatto (il dialogo, la comunicazione, l’interazione) tra l’uomo e l’artefatto. Mi riferisco a macchine sia meccaniche (autoveicoli, macchine da produzione, elettrodomestici, etc) sia digitali (interfacce grafiche, pannelli di comando, siti web, software e più recentemente APP).

 

Ho dedicato la parte più importante delle mie risorse (tempo, energie, passione, attenzione) alla ricerca, anche in ambito accademico, su tematiche collegate all’ergonomia cognitiva, dell’interazione uomo – macchina, all’usabilità, con l’obiettivo ultimo di creare tecnologie più vicine alle caratteristiche dell’uomo e renderle in questo modo più facili ed intuitive da usare. Tutto questo per diminuire o minimizzare il divario digitale cioè lo spazio (e io ritengo anche il tempo) tra chi ha accesso alle potenzialità e alle risorse delle tecnologie e chi no ce l’ha. Nella prospettiva che io condivido e di cui mi faccio promotrice, è la tecnologia che deve essere adeguata e adattata all’uomo, e non viceversa.

Questo percorso, ancora attivo per fortuna, mi ha permesso di collezionare una discreta lista di titoli e crediti formali (ma questi TAG appartengono e definiscono la mia altra identità professionale) ma soprattutto mi ha concesso l’opportunità ed il privilegio di lavorare in progetti sempre diversi, in sinergia con persone di altri profili di competenza, che costituiscono la mia pratica professionale.
Ecco fatto: la mia presentazione attraverso il mio backgournd relativo ad alcune scelte fatte in passato che hanno contribuito anche a definire alcuni dei miei valori e principi di riferimento tra cui il miglioramento di condizioni di vita e di lavoro grazie ad un’interazione usabile con le tecnologie, nella consapevolezza che l’uomo è la variabile centrale e sacra.

 

Racconto questa mia storia anche per sancire un PRIMA rispetto ad un DOPO…ad un ADESSO.
Ora, infatti sono anche madre e questo “attributo”, questa condizione è DISRUPTIVE!!! Nel senso che generare un figlio, oltre che aumentare il numero di coperti e le esigenze a tavola, ti cambia. Cambiano i tempi, le priorità, la percezione del mondo, il modo di comunicare ma soprattutto cambia il senso di responsabilità e il nuovo livello di consapevolezza.
Ma giungiamo al punto: mia figlia all’età di nove mesi, quando ancora non camminava nel mondo analogico definito dalla nostra casa e dall’asilo nido, già muoveva i suoi primi “passi” o meglio TAP, nel mondo digitale. Conservo il video della sua prima interazione con un oggetto digitale (il mio tablet) quando le ho proposto un gioco basato sull’attivazione del movimento di alcuni animali della jungla.
Ricordo di aver provato subito orgoglio per la mia piccola già in grado di attivare ed interagire con un gioco digitale, e soddisfazione per la semplicità ed immediatezza offerta dalle APP di un dispositivo come il tablet (del resto è di questo che mi sono sempre occupata lavorativamente parlando). Poi, dopo pochissimo, la scena che si è presentata ai mei occhi ha cominciato a generare in me un senso di ansia correlato a una serie di domande quali: questo contatto precoce con le tecnologie avrà controindicazioni? Quali rischi ci sono? Cosa significa per un bambino crescere in un ambiente “tecnologizzato”? Quale impatto avrà a livello di sviluppo e di apprendimento? Come mi devo comportare? Cosa devo favorire e cosa devo disincentivare come mamma?
Mi sono messa al lavoro per cercare informazioni, dati, esperienze, ipotesi, risposte…molte di queste sono ancora aperte (non mi sorprendo se penso al fatto che si tratta di tematiche emergenti) ma per molte ho trovato ipotesi ed alcune convincenti risposte.
L’obiettivo del progetto Maeva I & my digital child è mettere questi nuovi Giga di conoscenza ed esperienza a disposizione di chi, come me, è incuriosito, è appassionato e si interroga sui nativi digitali, sugli immigrati digitali ed rapporto che questi due gruppi hanno tra loro e con le tecnologie oggi disponibli.